Autostima, cortesia e lavoro duro ecco la "formula" della felicità

ROMA – Laddove ha fallito la psicologia, l’economia ha mancato l’obiettivo e la politica ha fatto naufragio, ecco che arriva la “scienza della felicità”. La ricetta, ormai è evidente, non sta nei soldi né nel Prozac. Ma visto che anche la Costituzione americana cita nel preambolo la felicità come uno degli obiettivi della vita dell’uomo, gli scienziati hanno iniziato a sforzarsi di capire quali siano i suoi ingredienti reali.

Martin Seligman, direttore del Centro di psicologia positiva dell’università della Pennsylvania, ha escogitato una batteria di esercizi per incrementare il livello di felicità individuale e li ha raccontati in una serie di documentari che la Bbc sta dedicando alla “Science of happiness”.

Ogni giorno i volontari di Seligman devono registrare su un diario tre episodi positivi, i nomi di tre persone che sono state cortesi con loro (per poi ringraziarle personalmente il giorno dopo) e provare a escogitare una nuova via per usare al meglio le proprie qualità.

Secondo Seligman questi semplici esercizi hanno aiutato il 92 per cento dei volontari che manifestavano sintomi di depressione. Ma nonostante i risultati limpidi, alla “scienza della felicità” rimane uno scoglio importante da superare. Quello dell’unità di misura.

“Quando ci riferiamo alla contentezza – spiega Lord Layard, che insegna economia alla London School of Economics – pensiamo ancora ai palloncini che svolazzano nell’aria, o comunque a qualcosa di frivolo. Invece dobbiamo imparare a ragionare in maniera scientifica”.

Per Ed Diener, psicologo dell’università dell’Illinois, la soluzione migliore è chiedere ai volontari: “Da uno a sette, quanto sei felice?”. Ripetendo la domanda in vari momenti della giornata è possibile tracciare il grafico della felicità individuale. “Come metodo non è perfetto, ma funziona” sostiene Diener.

Seguendo una tecnica simile, il British Household Panel Survey nel 2003 è arrivato alla conclusione che gioventù non è affatto sinonimo di contentezza. La curva della soddisfazione registra infatti un picco negativo intorno ai 40 anni, per poi tornare a salire e raggiungere il massimo al momento della pensione.

Conclusioni opposte aveva raggiunto uno studio dell’università di Goteborg a gennaio 2006. “Felicità non è stare stesi al sole, bensì lavorare” spiegò il professor Bengt Bruelde. “Più ci si impegna più ci si avvicina alla felicità”. Il peggiore degli sbagli è correre dietro ai beni che danno un’assuefazione rapida. Prosegue Bruelde: “Il denaro rende felici solo temporaneamente, così come una nuova auto. Quando ci si abitua rapidamente a qualcosa, il piacere si esaurisce”.

Il British Medical Journal in un editoriale del dicembre 2005 notava come la ricchezza aumentasse in molte nazioni del mondo proprio mentre il livello di soddisfazione degli individui si abbassava. La colpa era forse della percezione comune di non essere in buona salute, o dell’impoverimento delle relazioni sociali.

Poco stress e tempo da dedicare agli altri vennero individuati come i segreti del buon piazzamento del Ghana nella scala della felicità. Anche perché, notò acutamente nell’agosto 2005 una ricerca dell’American Sociological Association, la ricchezza rende felici solo se è più alta rispetto a quella dei vicini. “A contare non è il reddito in valore assoluto – concludeva lo studio – ma il rapporto rispetto a quello degli altri”.
di ELENA DUSI da Repubblica.it