Google e il mestiere più antico del mondo

Roma – Ma Google è davvero l’azienda più moderna e innovativa del mondo? È davvero un modello da imitare a tutti i costi, un esempio mirabile della nuova generazione di imprese IT? Se lo è chiesto Nicholas G. Carr, noto esperto delle cose di rete, fornendo una risposta per certi versi inaspettata: Google non ha sviluppato alcun modello di business particolarmente innovativo, piuttosto fa cose nuove alla vecchia maniera.

Nella sua analisi, Carr individua tre pilastri del successo di Google. Primo: aver sviluppato un algoritmo efficace per la classificazione del web, in grado di descrivere in modo appropriato la rilevanza e l’autorevolezza di un sito e tradurre questi valori in una ricerca affidabile. Secondo, aver trovato un modo di far fruttare economicamente questa capacità: AdSense è un prodotto molto profittevole (garantisce il 99 per cento degli introiti di BigG), e non pare risentire in alcun modo del trascorrere del tempo.

Terzo, ma non meno importante, l’approccio di Searchzilla alla infrastruttura hardware. Google ha realizzato, o sta realizzando, data center poderosi sparsi per tutto il globo: la sua tecnologia di parallelizzazione dei task è tra le migliori al mondo, la velocità di risposta dei tool è quasi istantanea. In questo senso, sostiene Carr, Google è molto più avanti della concorrenza – vale a dire di Yahoo e Microsoft.

A parte queste tre conquiste, Garr non vede particolari successi made in Mountain View: fatta eccezione per Google Maps, nessuno degli strumenti offerti dall’azienda ha mai cambiato drasticamente la prospettiva della rete. La strategia di BigG, piuttosto, è di realizzare un gran numero di strumenti gratuiti per aumentare il traffico dei navigatori sui propri server: il costo di sviluppo e implementazione del tool è pressoché ininfluente rispetto al potenziale guadagno legato agli spazi pubblicitari, a prescindere dal successo che otterrà presso il pubblico.

Ma si tratta di una pratica che funziona solo per Google, spiega Carr: qualunque altra azienda si dovrebbe guardare bene dal lanciare decine di servizi senza futuro, tutti destinati a finire nel dimenticatoio oppure ad essere soppiantati da soluzioni più efficienti. BigG può farlo perché guadagna alla grande con la pubblicità, perché è quella la sua fonte principale di introiti. Altre startup IT finirebbero presto in bancarotta.

Quelli di Searchzilla, invece, fanno le cose con criterio: evitano di far lievitare le spese oltre il ragionevole, un errore comune nelle aziende più sprovvedute, reclutano i migliori cervelli sulla piazza e gli offrono le migliori condizioni di lavoro possibili, ivi compresa la libertà di fare quello che gli pare (entro certi limiti) anche durante l’orario di ufficio.

Insomma, Google segue e sta seguendo un iter noto e consolidato: una idea intelligente, un modo intelligente di guadagnarci, un po’ di sana competizione interna e buoni investimenti nella ricerca. Le altre aziende possono pure guardare a BigG per ispirarsi, ma le regole per ottenere successo – conclude Garr – non sono cambiate: permettere al talento di esprimersi, crescere senza fretta e pronti a correggere in corsa, evitare spese folli e ingiustificate. Se il mondo è cambiato, non significa che sia cambiato anche il mondo degli affari.

Luca Annunziata