02/18/06

Miles Davis

Miles Davis è stato senza ombra di dubbio uno dei più grandi visionari e una delle figure più importanti nella storia del jazz e della musica in genere. La sua musica e il suo stile sono stati fondamentali nello sviluppo delle tecniche di improvvisazione. Ha composto molte musiche che oggi sono considerate un repertorio di ispirazione per i musicisti jazz. Musiche come, Nardis, Milestone e So What ne sono un’esempio. Gli esperimenti del suono modale ha raggiunto la sua apoteosi nel 1959 con la registrazione di “Kind of Blue”, una “Milestone” del mondo della musica!
Nato in una famiglia bene di Saint Louis, diventò ben presto un fenomeno locale con la sua band i Billy Eckstine’s band già ai tempi dell’High School. Partì per New York alla fine del liceo con l’intenzione di iscriversi alla Julliard School of Music, anche se la sua reale intezione era di “raggiungere” Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Si mise ben presto in mostra imparando da Bird e Diz e diventando così la tromba del Charlie Parker’s group per circa tre anni. Il suo primo tentativo di guidare un gruppo tutto suo arrivò nel 1949 e fu una delle prime volte in cui portò il jazz verso nuove direzioni. Insieme all’arrangiatore Gil Evans, creò un nonetto (9 membri) che usava strumenti non tradizionali per una formazione jazz come il corno francese e la tuba. Lo stile che invento prese il nome di “Cool Jazz”. Questo stile influenzò un gruppo molto grande di musicisti che lo suonarono prima nella west coast e successivamente cercarono di esplorarlo. Trascorse però i 4 anni successivi a combattere con l’eroina riuscendo però ad uscirne.

Dopo una performance trinfante nel 1955 Newport Jazz Festival con il classico ‘Round Midnight, Miles si impose definitivamente nella musica Jazz.
Mise insieme un quintetto permanente tra cui vi erano, John Coltrane, Red Garland, “Philly Joe” Jones, and Paul Chambers. Miles ebbe il dono di avere la musica nella sua testa e sopratutto quello di riuscire a mettere insieme un gruppo di incredibili musicisti con stili contrastanti che lo portarono ai risultati che stava cercando. Successivamente aggiunse un sesto membro, Cannonball Adderly e rimpiazzò Jones e Garland con Jimmy Cobb e Bill Evans. Nel tardi anni ’50 il suo gruppo popolarizzò il jazz modale cambiando nuovamente la direzione del jazz. Dopo questo periodo la maggior parte di questi musicisti, lasciarono il gruppo per formarne uno proprio.
Dopo aver sperimentato con differenti band per tre anni, Miles, fuse il suo gruppo con nuovi e giovani musicisti con l’intento di apportare nuove idee. Nel 1963, mise insieme il suo secondo quintetto legendario: Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter, e il 16enne Tony Williams. Per cinque anni questo gruppo portò il jazz ai limiti della libertà. Nel 1968, Miles decise di cominciare a sperimentare con la musica elettronica e un anno dopo aggiunse il chitarrista inglese John McGloughlin e rimpiazzò Tony Williams, portando così il jazz in una nuova direzione con la registrazione di Bitches Brew nella quale fuse la musica Rock con il jazz andando pesantemente nella musica elettronica. Miles portò avanti questa rivoluzione Fusion fino al 1976, fino a quando cadde in una crisi e si ritirò per almeno 5 anni. Un misto di mancanza di nuouve idee, cattiva salute, e dipendenza dalla cocaina gli impedirono di creare nuovi capolavori. Miles Davis morì nel 1991.
02/16/06

Le mie previsioni su Corinne…

Eh eh, alla fine il singolo di questa cantante “Put your records on” impervia su tutte le radio. Le mie previsioni sono risultate veritiere. La sua casa discografica ha deciso cosa dobbiamo ascoltare anche nel 2006 ;).
01/27/06

Il concerto dell’Enrico Rava quintet

Il 26 gennaio sono andato al concerto di Enrico Rava che si è tenuto al Blue Inn caffè a Bologna. Dopo una breve attesa ecco che il concerto inizia, il buon presentatore comincia a introdurre la serata, e già da lontano si sente la tromba emettere una nota. Rava sembrava impaziente. Il presentatore quindi li annuncia, ed eccoli sul palco. Partono subito alla grande, e là sul palco ci sono tra i cinque jazzisti più bravi d’Europa. Abbiamo Andrea Pozza al pianoforte, Gianluca Petrella al trombone, Rosario Bonaccorso al contrabbasso, Roberto Gatto alla batteria. Naturalmente Enrico Rava alla tromba. E’ proprio lui che “apre le danze” con un squillo di tromba, e la band non si fa certo attendere. Si mette subito in mostra il giovane Gianluca Petrella, eletto quest’anno miglior jazzista d’Italia, ed Enrico sembra intenzionato a volergli lasciare moltissimo spazio. Per tutto il concerto infatti Petrella sembra quasi destreggiarsi più del veterano, improvvisando assoli e tirando fuori nuovi suoni dalla sua tromba. Senzazionale l’utilizzo di uno “sturalavandini” per dimensionare il suono del suo trombone. Ma Rava anche se gli concede molto spazio, sembra comunque avere una supremazia sul ragazzo (classe’75) e la sua tromba gli va a chiudere tutti gli assoli anche con una semplice nota. Meglio mettere i puntini sulle “i”.
Due ore volano via velocemente e in una sala un pò rumorosa, ma comunque rapita dalla band, arriva la fine del concerto. Senzazionale la chiusura del concerto, con Rava che suona da solo e improvvisa sul coro fatto dagli aspettatori.Ottima la prestazione del contrabbasso, che si esibisce suonando anche da solo una canzone, “travelling night”. Roberto Gatto dimostra essere una ottima presenza nel panorama jazzistico italiano. Molto bravo anche il pianista, forse un pò in ombra, ma col duro lavoro del mediano.
Finito il concerto c’è spazio per due chiacchiere, visto che Rava e tutta la band in genere girano per la sala, scambiando molto volentieri due parole con tutti. Alla fine del concerto ho avuto la possibilità di parlare con il giovane Petrella che mi ha dato due dritte sul mondo della musica e sulla vita in genere. Alla mia domanda, -Gianluca, è un mondo difficile questo?- La sua risposta è stata: -beh se pensi a 360 gradi non sarà mai un mondo difficile. Se invece nella tua vita fai una cosa soltanto beh allora lo è. I primi anni nel mondo della musica sono veramente duri. Poi non è detto.-

Link:
http://www.gianlucapetrella.com/

http://www.enricorava.com/

http://www.jazzitalia.net/

01/5/06

Corinne Bailey Rae e la Music Business

Leggevo un articolo su repubblica che presentava le novità discografiche del 2006. In un trafiletto si presentava una nuova cantante jazz, un misto tra Alicia Keys e Norah Jones a detta dell’autore, e che sembra spopolare negli Stati Uniti. Incuriosito faccio una piccola ricerca internet e trovo il suo sito. Scopro così che questa cantante deve in realtà ancora pubblicare un album ed ha all’attivo solo tre canzoni. Il suo sito personale permette di ascoltare le antreprime. Ascolta allora qualcosina e scopro che sicuramente non è il mio genere. Insomma si è proprio la classica musichina mista jazz-pop (più vicina all’ultima direi) che fa tanto sognare e che in questo periodo va tanto. Sempre incuriosito sul clamore che questa cantante sembra provocare, anche se come lei ce ne possono essere tante, vado a vedere la sua gallery. E scopro che anche lei “stranamente” è carina. Intanto la sua canzone continua ad andare in loop mentre scrivo il pezzo e posso dire che già mi sta entrando in testa.Insomma il vero prodotto della music business. Aspetteremo il suo CD e vedremo se lo avremo anche noi nella nostra collezione. Nel frattempo riflettiamo sulla musica che ascoltiamo o che meglio dire ci fanno ascoltare. Certo se una cantante come lei può servire ad avvicinare la gente al jazz, beh allora ben venga.
12/2/05

Robert Johnson e il patto col Diavolo

Si dice che Robert Johnson abbia avuto due vite. Una prima, vissuta da un ragazzo difficile, rissoso e in parte emarginato; una seconda vissuta e celebrata dal più grande Bluesman di tutti i tempi. Quale evento divide le sue due vite? Senza dubbio l’incontro con uno strano uomo .. at “THE CROSSROAD”. Il mito che circonda la sua immagine racconta di un incontro che Robert Johnson fece allo scoccare della mezzanotte ad un incrocio con un misterioso uomo vestito completamente di nero dal volto coperto, il quale in cambio di un’ ineguagliabile abilità chitarristica chiese a Johnson il sacrificio della sua anima; egli accettò l’affare proposto e l’uomo dell’incrocio improvvisamente scomparve così come era apparso, lasciando Johnson in ginocchio, improvvisamente esausto.

Robert Johnson è senza dubbio il più celebrato dei bluesmen del Mississipi che negli anni ’30 sintetizzarono e svilupparono ciò che era stato creato fin da allora da un punto di vista chitarristico e vocale.
Figlio illegittimo di Julia Dodds e Noah Johnson, nacque nel 1911 a Hazlehurst, nella parte meridionale dello Stato del Mississipi, ma si trasferì presto con la madre nella parte nord, nella piccola città di Robinsonville attorno al 1920. Un’infanzia ai margini che segnò il carattere di Johnson, sempre più introverso e rissoso con il passare degli anni e che contribuì ad avvicinare il giovane Robert alla musica ed in particolare al Blues ed alla chitarra. Cresciuto musicalmente sotto l’influenza di Son House, Charlie Patton e Willie Brown, i quali nel 1930 si esibivano in feste, locali e pic nic dalle parti di Robinsonville, il piccolo Robert prima di assorbire i rudimenti della chitarra, la maggior parte dei quali guardando il fratello più grande Charles, imparò autodidatta a suonare l’armonica.
Non si conosce molto della vita personale di Johnson se non che verso il 1930, dopo aver trascorso alcuni anni a Memphis, si sposò e si trasferì con sua moglie Virginia Travis a Robinsville; quest’ultima morì durante il parto del primogenito, anch’esso deceduto insieme alla madre. Il diciannovenne Robert si vide sparire in pochi istanti la sua piccola famiglia di cui andava orgoglioso e se fin da allora vedeva il proprio futuro nient’altro che come mezzadro nei campi di cotone del Mississippi, da quel giorno si rifugiò nella musica per cercare sollievo dalla profonda ferita.
Il Bluesman Ike Zinnerman divenne il suo maestro e i due cominciarono presto ad esibirsi nelle strade del piccolo paese; l’anno seguente, Robert Johnson si sposò nuovamente con una certa Calletta Craft e i due decisero di trasferirsi a Copiah County, un piccolo villaggio a sud di Huzlehurst, ma il legame durò poco, anche perchè la mente di Johnson era altrove, totalmente stregato dalla chitarra che non lasciava mai, esercitandosi giorno e notte.
In un tempo incredibilmente breve, egli raggiunse livelli così straordinari nel suonare la chitarra in stile Blues che presto la fama di grande Blues player si diffuse nell’intero Mississippi, così decise di intraprendere la carriera di musicista itinerante, viaggiando per tutte le principali città del Sud: Clarksdale, Rosedale, Itta Bena, Greenville, Shaw, Gunnison, Hollandale, Tunica, Marvell, Yazoo City.
Tornando un giorno nel vecchio paese di Robinsville, Son House e Willie Brown rimasero a bocca aperta nel vedere che dannato chitarrista era diventato il piccolo e gracile Robert. Nelle registrazioni del ’36 e del ’37, si possono percepire le radici di Robert Johnson provenienti non solo da Son House e Willie Brown, bensì anche da altri come Skip James, Johnny Temple e Hambone Willie Newbern, con i quali Johnson ebbe la possibilità di venir a contatto nelle sue scorribande lungo il Grande Fiume del Sud. Realizzò anche alcune registrazioni con Bluesmen del calibro di Leroy Carr, Peetie Wheatstraw e Lonnie Johnson.
Era molto geloso del suo stile di suonare e non rivelava mai a nessuno i segreti della sua tecnica, dopotutto era la sua unica fonte di vita. Trascorse la maggior parte del tempo a viaggiare e spostarsi nelle varie città del Delta, cercando di assorbire qualsiasi tipo di influenza musicale, ogni ora del giorno o della notte era buona per mettersi in partenza, spostarsi era una necessità irrinunciabile.
L’inconfondibile voce, soffocata dall’appassionata e agonizzante tensione, insieme alla brillante tecnica chitarristica che svaria dall’energetico percussivo fraseggio slide ad efficaci pattern di basso ereditati dai primi pianisti di Boogie Woogie fa sì che Robert Johnson sia considerato la personificazione del Delta-Blues; tale celebrazione deriva non solo dall’influenza, il talento e il fascino musicale che egli ha esercitato ed esercita tutt’ora sui musicisti che lo hanno succeduto, ma anche dal mistero, dalla leggenda che avvolge la vita di questo straordinario artista.
Al di là di questa affascinante ed inquietante storia, si sa ben poco di come Johnson abbia potuto in così breve tempo sviluppare queste irresistibili capacità di compositore e chitarrista. A testimonianza del talento del figlio del Blues coloro che hanno sia viaggiato che suonato con lui dicono che fosse capace di conversare in una stanza piena di persone senza prestare la minima attenzione alla musica di una radio che si poteva udire a malapena nella confusione, ma che il giorno dopo era capace di suonare nota per nota le canzoni che erano state trasmesse!! Il persistente tema presente in molti suoi Blues era il quasi mistico sentimento di disperazione e persecuzione che provocavano in lui gli spiriti demoniaci che egli diceva aleggiavano nella sua anima; questa battaglia interiore emerge in pezzi come “Cross Road Blues”, “Preachin’ Blues”, “If I had Possession over Judgement Day”, “Stones in my Passway”, “Hellhound on my Trail” e “Me and the Devil”.
Robert Johnson ha dipinto quadri nelle sue canzoni che riflettevano il suo stile di vita di viaggiatore, donnaiolo, uomo di strada sempre e comunque immerso nell’eccesso. Fra i suoi pezzi leggendari troviamo “ I Believe I Dust my Broom”, “Sweet Home Chicago”, “Rambling on my Mind”, “Terraplane Blues”, “They’re Red Hot”, “Walking Blues”,”Drunken Hearted Man”. Vi era anche un lato romantico nell’animo di Johnson, rintracciabile in Blues come “When you got a good Friend”, “Little Queen of Spades”, “Love in Vain”, “I’m steady Rolling Man”, “Honeymoon Blues”.
Questo genio musicale incontrò la morte improvvisamente e tragicamente all’età di 26 anni, vicino Greenwood, Mississippi, nel pieno del suo successo, avvelenato in un locale notturno da un uomo convinto che Johnson corteggiasse sua moglie.
Nella sua breve carriera registrò solamente una trentina di brani, ma lasciando una straordinaria eredità musicale per tutti i musicisti Blues, da Robert Lockwood a Johnny Shines, David Edwards, Eddie Taylor e due giganti del Blues cittadino di Chicago del dopoguerra come Muddy Waters ed Elmore James. Sua madre e suo cognato assistettero alla sepoltura nel cimitero della vecchia Zion Church, vicino a Morgan City, Mississipi. A 50 anni dalla sua morte nel 1990 la Colombia Records ha pubblicato in formato CD una raccolta completa che è diventata in breve tempo disco d’oro ed ha vinto il premio Grammy come miglior album dell’anno negli Stati Uniti. Nessuno come Robert Johnson, forse con l’eccezione di Jimi Hendrix, è riuscito a tracciare una nuova strada nelle potenzialità espressive della chitarra e della musica in generale, indicando inesplorati sentieri da battere per le future generazioni di musicisti; Johnson e Hendrix uniti da un tragico destino, alieni provenienti da chissà quale pianeta.

12/2/05

Stevie Ray Vaughan & the Double Trouble

Stevie Ray Vaughan nacque a Dallas il 30 Ottobre 1954. Stevie iniziò a suonare la chitarra all’età di otto anni. “Mio fratello Jimmie lasciava le sue chitarre per casa e mi raccomandava di non toccarle. Iniziai a suonare entrando di nascosto nella sua stanza. Avevo capito che questo era ciò che desideravo fare nella mia vita.”
Fu proprio Jimmie a regalargli la prima chitarra una Gibson Messenger Hollow Body, poi ebbe una Broadcaster del 52 da Jimmie.

I Blackbird furono la sua prima Rock ‘n’ Roll Band. Verso la fine del 69 Jimmie si trasferì ad Austin attratto dall’ambiente Blues che si era creato. In quegli anni ci fu una specie di esodo degli appassionati di Blues da Dallas ad Austin. “Ci trasferimmo tutti ad Austin perchè l’ambiente era più aperto al blues e agli originals”. Nel ’72 Stevie lascia Dallas per Austin. In quell’estate incontrò per la prima volta Albert King.
“Quella sera suonavo in un altro locale. A un certo punto presi in mano il microfono e dissi: Signori e Signore non so voi, ma io vado ad ascoltare Albert King”. E così fece.
“Quando finì di suonare venne verso di me, mi diede la sua chitarra e mi strinse la mano: è una cosa che non scorderò mai. Lo incontrai tre anni e mezzo più tardi. Fu quella notte che mi chiamò sul palco a suonare. Pensavo che mi avrebbe fatto suonare solo un brano , ma finii per suonare per il resto della notte”.
Dopo varie formazioni Little Stevie, soprannominato così ad Austin, nel 1981 riuscì a formare un Power Trio con Chris Layton alla batteria e Tommy Shannon al basso, e fu in questo momento che la band iniziò a chiamarsi “Stevie Ray Vaughan and Double Trouble.
Durante il Montreaux Jazz Festival in Svizzera nel 1982 fu notato dal pop singer David Bowie che lo chiamò a far parte della band che lo accompagnava, e Jackson Brown gli offrì il suo studio per far incidere a una demo. Quel demo fu ascoltato dal produttore John Hammond che riuscì a far ottenere a Stevie un contratto con la Epic.
Il suo primo disco fu “Texas Flood”. La musica era piena di fuoco. C’era qualcosa di veramente personale e speciale nelle parti di chitarra ritmica dei brani, come Pride And Joy e I’m Crying, che hanno fatto dello shuffle texano una prerogativa di SRV.
“Al giorno d’oggi pare che qualsiasi cosa tu faccia sia stata già fatta. Deve essere stata una cosa meravigliosa vivere nel periodo in cui l’electric blues si stava delineando come forma musicale americana. Per persone come T-Bone e Muddy, Hubert Sumlin, Jimmy Rogers, Lightin’ Hopkins, Buddy Guy, Albert King, B.B. King e freddie King deve essere stato bellissimo creare questo tipo di musica. Loro si meritano tutto il rispetto per essere ststi gli innovatori di questa musica”.
Nel 1985 il tastierista Reese Wy Nans si unì alla band. In questo periodo Stevie rincorre l’ombra di Jimi Hendrix. Era il collegamento vivente ad Hendrix agli occhi di una generazione che era cresciuto dopo la scomparsa di Jimi. Il chitarrista Van Wings di Austin racconta: “Hendrix era sempre nei suoi pensieri…nel suo cuore e nelle sue dita”. La vita di Stevie Ray poteva sembrare come una rosea storia di successo ma dall’interno le cose erano molto diverse. Stevie faceva uso di sostanze e queste stavano ostacolando la sua carriera, ma Stevie riuscì a uscirne fuori.
L’ottava edizione del Austin Music Awards aveva nominato Stevie musicista del decennio e in quella occasione egli disse: “Voglio ringraziare Dio per essere vivo e voglio ringraziare tutte le persone che con amore mi hanno riportato alla vita perchè oggi potessi essere qui con voi”.
Stevie Ray Vaughan all’apice del suo successo, dopo un concerto, il 27 Agosto 1990 è morto in una notte nebbiosa a causa di un incidente aereo; l’elicottero che lo portava a Chicago è precipitato. Con la sua morte la storia del grande chitarrista texano è diventata leggenda, e a dieci anni dalla sua scomparsa il ricordo e la sua musica crescono di giorna in giorno.

Discography
TEXAS FLOOD – 1983
COULDN’T STAND THE WEATHER – 1984
SOUL TO SOUL – 1985
LIVE ALIVE – 1986
IN STEP – 1989
FAMILY STYLE – 1990
In più altri successivi alla sua morte.